Scritto da Noemi Iuso
Il SIGNORE si è affezionato a voi e vi ha scelti, non perché foste più numerosi di tutti gli altri popoli — anzi, siete meno numerosi di ogni altro popolo — ma perché il SIGNORE vi ama. Il SIGNORE vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha liberati dalla casa di schiavitù, dalla mano del faraone, re d’Egitto, perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri. DEUTERONOMIO 7:7-8a
Sono già passati quindici anni dal mio ultimo viaggio negli Stati Uniti. E leggendo questi versetti mi torna alla mente un piccolo episodio con la figlia della famiglia che mi ospitava.
Durante le mie ore di babysitting vidi Mazie, quattro anni, davanti all’armadio con lo specchio. Scuoteva la testa. La scena era incredibilmente buffa.
Mi avvicinai e le chiesi: “Cosa stai facendo?”
Mi rispose: “Mi vedo… e non mi piace la mia figura.”
Eppure io la vedevo incredibilmente graziosa.
Mi è capitato, in altre occasioni, di chiedere ad alcune amiche: “Ti trovi graziosa?”
Ecco, forse non sempre, ai nostri occhi, ci vediamo graziosi. Ma siamo belli agli occhi di Dio.
È scritto qui.
È vero che da un lato siamo i più piccoli.
È vero che non sempre manifestiamo la perfezione che si vorrebbe.
Potremmo avere molte cose da rimproverarci, forse anche cose che ci rattristano. Ma Lui ci ama. Lui ci ha scelti.
Ricordo il tempo della mia conversione, quando il Signore mi ha portata a scoprire davvero chi ero. Ho provato vergogna. Una vergogna così profonda che mi sono stesa a terra. Se avessi potuto, mi sarei anche seppellita. Perché ho realizzato veramente chi ero. Che tipo di pensieri erano stati i miei. Che sentimenti avevo avuto. Mi sono sentita umiliata.
E più mi scopro nella verità, più comprendo cos’è l’amore di Dio.
Questo è stato il primo gesto di Dio: vedermi quale sono. Però so che mi ama. E mi ama abbastanza perché io possa crescere.
Chi sono dunque? E chi è Lui per me?
Egli è diventato uomo come me. Non ha mai fatto errori, non ha mai peccato. Ha sempre amato. È stato la gloria di Dio. Ma ha accettato di essere l’ultimo. Ha preso il mio posto. È stato condannato, lo si è sepolto dopo averlo giudicato. C’è scritto che non ha aperto la bocca. Ma è risuscitato — e vuole risuscitare anche me.
È Lui che mi fa crescere. È la mia luce, la mia sapienza, il mio futuro. È il mio Salvatore. È il mio Signore. Ed è qui con me, a sorreggermi.
Qui c’è un conforto d’amore in Cristo.
Io non posso arrivare fino a Dio. Ma è Lui che viene a me e mi dice: “Vengo a sollevarti nell’amore.”
Riesco io ad abbracciare tutto questo?
Ed è in questa verità che Gesù mi invita a vedere anche un’altra realtà: sollevare gli altri nell’amore, così come Lui ha fatto con me.
Filippesi 2 dice: “Se dunque v’è qualche consolazione in Cristo, se vi è qualche conforto d’amore (…) ciascuno, con umiltà, stimi gli altri superiori a se stesso.”
Non vi nascondo che, quando lessi e compresi queste parole, mi scioccarono. Mi disturbarono.
Guardare gli altri come superiori a me?
Pensai “Ma Signore, proprio tutti? Ma non è possibile! Ma quello è uno sciocco, non è intelligente..e poi è anche goffo, fa delle gaffes! Non sa stare al mondo.. E dice delle sciocchezze… Non sa neanche cantare….”
Siete nella verità con me? Non avete pensato mai queste cose? Io si.
Forse riesco a stimare qualcuno superiore quando ha più competenze, più conoscenze, più capacità… ma guardare chiunque come superiore…. ecco, questo mi ha turbata.
Così, quando mi guardo nella verità come in uno specchio, non fuggo dal mio viso. Mi vedo per quello che sono.
Sì, in fondo sono polvere che ritorna alla polvere.
Eppure c’è un conforto d’amore in Cristo.
Con amore, con tenerezza, con affetto — come Dio ama me e mi comprende — anch’io sono chiamata a comprendere gli altri, ad accompagnarli. Ad amarli abbastanza perché possano crescere. Anche quando faccio fatica. Anche quando non vogliono saperne.
Nella sua verità ho accettato di essere ciò che sono.
Accettare di essere quello che siamo è l’inizio della verità tra Dio e noi.
Allora siamo pazienti gli uni verso gli altri.
E poi pazienti con noi stessi.
Come Lui ci sopporta, impariamo a sopportare anche noi stessi.
Diciamo: Signore, grazie perché dai anche a me la possibilità di ricominciare.
Perché sono parte di un popolo in cammino.



